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Pompei: la città fermata dall'eruzione

Pompei è il sito archaeologico più studiato del mondo e uno dei più visitati, con oltre 2,5 milioni di ingressi annui. La sua preservazione — avvenuta per un paradosso terribile, la catastrofe stessa che uccise i suoi abitanti — ha conservato uno spaccato della vita urbana romana del I secolo d.C. di una ricchezza di dettaglio impossibile da trovare altrove. Nessun altro sito al mondo ci mostra la vita quotidiana di una città romana con questa completezza: pane ancora nel forno, graffiti sulle pareti, cibo sul tavolo, animali nei recinti.

La ricerca moderna, con le tecniche del Grande Progetto Pompei avviato nel 2012, continua a scoprire aspetti nuovi di una città che sembrava già completamente nota. Gli scavi recenti nella Regio V hanno rivelato case mai viste prima con affreschi intatti, cucine funzionanti, gioielli e oggetti personali abbandonati di fretta nell'ottobre del 79 d.C.

La data dell'eruzione: l'iscrizione che ha cambiato tutto

Per oltre quattro secoli, la data canonica dell'eruzione del Vesuvio era il 24 agosto del 79 d.C., basata su una lettera di Plinio il Giovane a Tacito in cui descriveva la morte dello zio Plinio il Vecchio durante l'eruzione. La lettera sopravvisse in copie medievali dei manoscritti, e la tradizione manoscritta tramandava la data come il "9° giorno prima delle calende di settembre" — il 24 agosto.

Ma nel 2018, durante gli scavi del Grande Progetto Pompei in una casa della Regio V, è emersa un'iscrizione in carboncino su una parete che recita: "XVI K(alendas) Nov(embres) in[d]ulsit pro masumis esurit[ionibus]" — il cui senso comprende la notazione "16° giorno prima delle calende di novembre", corrispondente al 17 ottobre nel calendario romano. L'iscrizione fu interpretata come scritta da un operaio durante lavori di ristrutturazione nella casa, pochi giorni prima dell'eruzione: la data ne fisserebbe il mese a ottobre, non agosto.

Questa interpretazione è supportata da altri indizi convergenti trovati sul sito: melagrane e noci di cocco mature (tipiche della raccolta autunnale), bracieri per il riscaldamento già in uso nelle case, anfore di mosto di vino in fermentazione (la vinificazione avveniva in autunno), e capi di abbigliamento invernale indossati da alcune delle vittime. La data del 24 agosto era stata probabilmente corrotta nella tradizione manoscritta di Plinio nel passaggio da manoscritto a manoscritto nel medioevo. Oggi la maggior parte degli specialisti accetta ottobre come data più probabile.

La meccanica dell'eruzione e della conservazione

L'eruzione del Vesuvio del 79 d.C. fu di tipo pliniano — una delle più violente categorie di eruzioni vulcaniche, con una colonna eruttiva che si alzò fino a 30 km di altitudine. La prima fase fu plinian: la caduta di lapilli (pomice vulcanica leggera) che ricoprì la città di circa due metri di materiale. Questa fase, pur devastante, fu sopravvivibile: molti pompeiani fuggirono in questa fase, come mostrano le ossa trovate sulle strade e nella campagna circostante.

La seconda fase fu letale: una serie di surge piroclastiche — nuvole di gas caldo (300-400°C), cenere e frammenti di roccia che scesero lungo le pendici del vulcano a velocità tra 100 e 700 km/h. Le surge raggiunsero Pompei nelle prime ore del mattino del giorno seguente. La morte per le surge era quasi istantanea per asfissia e trauma termico: i calchi gessati mostrano spesso posture che indicano la sorpresa (persone sedute, addormentate, nell'atto di mangiare) piuttosto che il terrore della fuga.

I corpi, poi decomposti, lasciarono cavità nella cenere solidificata (cinerite). Giuseppe Fiorelli, direttore degli scavi dal 1863, introdusse la tecnica di iniettare gesso liquido in queste cavità: il gesso riempiva lo spazio lasciato dal corpo e solidificava riproducendo i dettagli superficiali dell'individuo — i lineamenti del viso, la forma delle dita, i vestiti, i capelli. I calchi in gesso di persone, animali e persino oggetti organici (come una porta di legno con i chiodi ancora in posizione, ceste intrecciata, un letto) sono tra i reperti più impressionanti di Pompei. Nelle campagne recenti si inietta anche resina epossidica trasparente, che permette di vedere i resti ossei all'interno.

La cenere vulcanica e i lapilli che coprirono la città bloccarono l'accesso all'ossigeno, preservando materiali organici che normalmente si degradano in pochi anni: pane nel forno del panettiere, fichi nel piatto, vino nelle anfore, graffiti scritti a carboncino, pitture parietali in terza e quarta fase di stile pompeiano.

I graffiti: la voce dei romani

I graffiti di Pompei — oltre 11.000 iscrizioni catalogate nel Corpus Inscriptionum Latinarum — sono la più grande raccolta di scrittura latina informale del mondo antico. Sono stati scritti su pareti di ogni tipo di edificio: case private, terme, botteghe, taverne, il teatro, le strade. Contengono strati molto diversi della vita sociale pompeiana.

I messaggi elettorali sono il tipo più frequente: Pompei era una municipalità romana con elezioni regolari dei magistrati (duoviri, edili) e i muri della città erano tappezzati di raccomandazioni del tipo "I venditori di frutta chiedono di votare per Marco Epidio Sabino come edile". Queste iscrizioni rivelano la politica di una città romana di media dimensione, con le sue fazioni, i suoi personaggi noti e sconosciuti, i suoi toni di propaganda familiare.

Le iscrizioni di gladiatori — annunci degli spettacoli nell'anfiteatro, elogi degli atleti più famosi — mostrano come i combattenti fossero idoli di una fama analoga agli sportivi moderni. "Celadus Thracicus fa sospirare le ragazze" è una delle iscrizioni più citate.

Ci sono dichiarazioni d'amore ("Amo la ragazza dagli occhi di carbone"), insulti ("Qui ha fatto la cacca"), scherzi, frammenti di versi omerici e virgiliani copiati a memoria da studenti, conti di un'osteria, l'inventario di una dispensa. Attraverso di essi possiamo vedere Pompei come la vedevano i suoi abitanti — non come la descrivono le fonti letterarie prodotte dall'élite senatoriale romana.

La struttura urbana come documento sociale

La struttura urbana di Pompei mostra la complessità sociale di una città romana di medie dimensioni (circa 11.000-20.000 abitanti). Le terme pubbliche erano distribuite in quattro complessi principali accessibili a tutti, ma con tariffe diverse che separavano i frequentatori per reddito. I thermopolia — banconi di pietra con vasi di terracotta incassati che tenevano il cibo caldo — erano distribuiti ogni poche decine di metri lungo le strade principali: il fast food romano, frequentato da chi non aveva cucina a casa (molti abitanti delle insulae non cucinavan in casa per il rischio di incendio).

Le botteghe al piano terra con appartamenti sopra formavano la struttura economica di base: le botteghe producevano e vendevano un'enorme varietà di beni. Il grande basso dei Vettii — due liberti diventati ricchi commercianti — con i suoi affreschi di terza e quarta fase e il suo famoso Priapo nell'ingresso era una dimostrazione del successo economico dei nuovi ricchi pompeiani.

Le ville patrizie nella parte più elevata della città — la Casa del Fauno con il suo celebre mosaico di Alessandro (ora al Museo Nazionale di Napoli), la Casa dei Vettii con i suoi cicli di affreschi mitologici — mostrano l'estremo opposto della scala sociale, con giardini interni, triclini multipli, affreschi di altissima qualità.

Il Grande Progetto Pompei e le nuove scoperte

Il Grande Progetto Pompei, avviato nel 2012 con finanziamenti dell'Unione Europea (105 milioni di euro), aveva come obiettivo primario la stabilizzazione delle strutture in pericolo di crollo — molte delle quali scavate nel XVIII-XIX secolo con metodi inadeguati erano in condizioni critiche — e la messa in sicurezza delle aree già scavate.

Come effetto collaterale, gli interventi di stabilizzazione hanno rivelato nuove strutture nella Regio V, una delle aree meno indagate del sito. I risultati hanno continuato a sorprendere specialisti che pensavano di conoscere ogni angolo di Pompei: nel 2018 è emersa la "Casa di Giove", con affreschi che mostrano scene mitologiche in eccellente stato; nel 2019 lo scheletro di un cavallo di razza con i resti della sua bardatura metallica nella stalla di una villa periferica; nel 2020 il "Triclinio Azzurro" con pareti completamente blu — un colore raro e costoso che rivelava la ricchezza del committente.

Nel 2021, nella Regio V, sono emersi i resti di un ambiente con arredi in legno parzialmente conservati dai calchi: una banca panca, una culla, oggetti di uso quotidiano che nessun altro sito romano potrebbe conservare. Nello stesso anno, la tomba di un uomo di circa 61 anni con un'iscrizione che lo identifica come liberto (schiavo affrancato) ha mostrato evidenza di paraplegia — deformazione vertebrale da compressione — che non lo aveva impedito di svolgere una vita attiva e di accumular un sufficiente status sociale per una sepoltura monumentale.

Nel 2023, in uno scavo in prossimità delle mura urbane, sono emersi i resti di una panetteria-prigione: i mulini azionati da schiavi o condannati (evidenza dalla catena trovata sul posto), il forno, le forme del pane ancora nei ripiani. Un documento diretto delle condizioni di lavoro degli strati più bassi della società pompeiana.

La conservazione tra emergenze e tutela

Pompei è anche un monumento al problema della conservazione dei siti archaeologici aperti al pubblico. Dopo decenni di scavi nel XVIII-XIX secolo con metodologie oggi considerate distruttive, molte strutture esposte hanno sofferto di deterioramento per piogge, vegetazione, vandalismo e la pressione dei milioni di visitatori annui.

I "crolli di Pompei" degli anni 2010 — il collasso della Schola Armaturarum nel 2010 e di altri muri negli anni successivi — hanno attirato attenzione mediatica internazionale sul problema della manutenzione. Il Grande Progetto Pompei ha affrontato sistematicamente queste criticità, con risultati significativi: il numero di zone chiuse per rischio crollo si è ridotto notevolmente.

Il sistema di biglietteria contingentata, le rotte di visita differenziate per distribuire il flusso turistico e la chiusura rotativa delle case più fragili sono misure parziali di gestione di un sito che si trova in equilibrio precario tra la necessità di rendersi accessibile (che giustifica i finanziamenti) e quella di conservarsi per le generazioni future.

Esplora sulla mappa

Pompei e i siti vesuviani — Ercolano, Oplontis, Stabiae — sono localizzati sulla mappa. Ercolano, più piccola ma ancora più ben conservata di Pompei (con elementi organici incluse le barche nel porto antico), merita una visita separata. Il Museo Archaeologico Nazionale di Napoli, dove sono depositati i principali reperti, è visibile sulla mappa.

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